Dino Marangon

 

11CG163 Somigliano al paesaggi

 

Ad un primo impatto i dipinti di Angelo Molinari colpiscono per l’apparente immediatezza.

In realtà c’è tutta una serie di scelte atte a costituire il campo di gioco entro cui avverrà l’emersione dell’immagine.

In un’epoca come la nostra, nella quale nulla può essere dato per scontato, Molinari non rifiuta infatti tutta una  serie di parametri che affondano le proprie radici su una millenaria tradizione.

Egli viene così movendosi nell’alveo di una ribadita fedeltà alla pittura e ai suoi più consueti elementi: alla superficie, ai supporti – la tela , la carta – agli strumenti – il pennello – alla configurazione stessa, rigorosamente rettangolare e quadrata, del formato e, più in generale, confermando la fiducia nell’opera quale esito finale e concreto del percorso creativo.

Oltre a ciò, viene implicitamente innescandosi tutta una ulteriore serie di relazioni in particolare con i vari tentativi succedutisi nel corso del recente secolo di dar vita a una pratica pittorica esperita al di fuori di qualsiasi riconoscibile referenzialità esterna, rifacendosi viceversa alle molteplici possibilità espressive del segno.

La biografia di Molinari informa che il pittore ha molto amato la cultura cinese.

Ma, a differenza delle calligrafie orientali, il segno, come d’altronde ricordava, fin dagli anni Cinquanta, Georges Mathieu, per gli occidentali  precede il significato, costituendo un’apertura di senso che occorre indagare.

Il gesto di Molinari viene dispiegandosi sulla superficie con movimenti decisi, nei quali vanno come condensandosi poche, ma energiche direzionalità che, tuttavia, evitano ogni rigida e astratta geometria.

Non si tratta infatti di una delineazione di moti e di impulsi puramente ideali, bensì dell’esplicarsi di una prassi del tutto concreta, dell’affiorare di vere e proprie linee di forza che però, nel loro avanzare, non possono non tener conto anche delle resistenze della superficie, delle vischiosità del colore,  come pure dei limiti intrinseci alla corporeità dell’artista.

Ecco allora  che il gesto pare, talvolta,  come frenare il proprio impeto, ritornando talora su se stesso in improvvise volute e capovolgimenti.

Il diverso, talora tortuoso andamento delle differenti apparizioni segniche non disperde comunque  il loro interno vigore, non esaurisce la loro intima intensità che, anzi, appare come ribadita e sottolineata dalla pressoché completa monocromia dei macroflussi quasi incombenti in primo piano.

Di volta in volta, nei diversi dipinti, rossi, gialli, bianco-grigi, i grandi segni danzano con raccolta veemenza sulla superficie, impercettibilmente impregnati di luce dal movimento di traslazione del pennello, lasciando ai fuggevoli lacerti di blu che qua e là si intravedono , il compito di alludere e testimoniare più segrete e recondite profondità.

In ogni caso non si tratta mai di una mera espressione di ubris irrefrenabile: il segno infatti, pur nel suo innegabile predominio, non giunge mai a togliere arrogantemente ogni possibile differenza o a cancellare ogni alterità, anzi, fra le grandi e solenni stesure di colore, si aprono spiragli, anfratti, sbavature,  tracce; brillano ulteriori, minuscole scintille cromatiche, a testimoniare più intimi e contenuti ordini di grandezza, più sommesse, ma non  meno sentite allusioni vitali, in un continuo dialogo tra le contrarie, eppur relative dimensioni dello straordinariamente grande e del non meno accentuatamente piccolo.

Ma non c’è solo questo sguardo all’interno: sovente il moto dei segni sembra come andar oltre, travalicare i limiti stessi del dipinto, lasciando presagire ulteriori dilatazioni, anche al di là dei confini oggettivi.

Si assiste così ad una sorta di sospensione: le azioni perdono ogni tracotanza, arricchendosi come di una rinnovata coscienza esistenziale, della consapevolezza della casualità di ogni destino, della avvertita comprensione della casualità di un fato che, purtroppo – o per fortuna – sconosciuto ci avvolge, orizzonte di infinite, eppur circoscritte libertà.

Mi  tornano allora alla mente  le meditazioni – in un del tutto differente universo espressivo – di Giorgio Teardo, un pittore veneziano, tragicamente scomparso e oggi ingiustamente dimenticato, che, negli ultimi anni della sua vita si impegnò in un’ardua traduzione del Tao, dalla quale  mi piace trarre le seguenti parole:

 

 … Comprendendo ogni cosa

puoi non usare la conoscenza?

Produrre e nutrire

produrre ma non appropriarsi

agire senza vantare diritti

far crescere ma non dirigere

questo è il Tao misterioso.

 

Dino Marangon

 

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